Una puntata che divide il prima dal dopo. Tra ingredienti insidiosi, prove senza appello e decisioni pesanti, MasterChef smette di presentare e inizia a selezionare davvero. Da qui non si torna indietro
La terza serata di MasterChef Italia 15 è una di quelle puntate che, a rivederle a freddo, segnano un confine netto. Prima c’era il rodaggio, l’attesa, il racconto dei percorsi personali. Da qui in avanti, invece, resta solo la cucina. Quella vera. La Masterclass è finalmente al completo e il programma lo dice senza bisogno di proclami: ora si fa sul serio.
La serata si apre con l’unica Golden Mystery Box prevista in questa edizione, dedicata agli antipasti. Dentro c’è di tutto: polpo, girello, fave, pecorino, friselle. Ingredienti familiari, ma messi insieme in modo potenzialmente esplosivo. È la classica prova che sembra gentile e invece nasconde una trappola precisa: l’equilibrio. Chi forza la mano paga, chi resta lucido comincia a costruire qualcosa.
Il verdetto premia Dounia e Matteo Lee, che conquistano la Golden Pin e soprattutto l’immunità dalla prova successiva. Un vantaggio enorme in una puntata strutturata come una salita continua. La sensazione, a quel punto, è che la gara stia già cambiando faccia: qualcuno può respirare, qualcun altro inizia a sentire il peso del tempo che stringe.
L’Invention Test sceglie un ingrediente che non concede sconti: la polenta. Umile solo in apparenza, perché basta poco per rovinarla. Consistenza sbagliata, tempi fuori controllo, accompagnamenti che non reggono. Qui emerge Franco, con un piatto centrato e coerente, mentre altri iniziano a inciampare su errori che non sono più solo di gusto, ma di metodo.
È anche il momento in cui affiorano le prime tensioni vere. I vantaggi ottenuti prima diventano responsabilità, le scelte pesano, le dinamiche tra concorrenti smettono di essere leggere. La cucina inizia a somigliare a una partita giocata sul filo, dove ogni mossa lascia conseguenze.
Il finale è affidato allo Skill Test, con l’arrivo di ospiti di alto profilo come Roberto Bottero e Antonio Dipino. Qui non c’è spazio per interpretazioni personali: serve precisione, memoria, rispetto assoluto della tecnica. Replicare un piatto di alta cucina non significa copiarlo alla cieca, ma capirne la logica e non tradirla.
In questo contesto emergono gli errori che contano davvero. Katia paga caro un gesto che in cucina è quasi imperdonabile: presentare un piatto senza assaggiarlo. Non è sfortuna, non è un dettaglio. È una scelta sbagliata. Giuliana, invece, non riesce a sostenere il livello richiesto quando la prova diventa chirurgica e ogni imprecisione si vede.
La doppia eliminazione arriva senza effetti speciali, ed è forse proprio questo il segnale più forte della serata. MasterChef non ha bisogno di urlare quando vuole essere chiaro. Da questo momento in poi, chi resta deve dimostrare di avere controllo, lucidità e una visione precisa di ciò che vuole portare nel piatto.
La terza puntata chiude definitivamente la fase di presentazione e apre quella della selezione vera. Non basta più cucinare “bene”. Serve sapere perché si fa una scelta, quando fermarsi e quando osare. In una parola, serve identità. Tutto il resto, da qui in avanti, è solo rumore di fondo.
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