L’Italia: il Paese dove l’alcol costa meno in Europa, seguita da Germania e Austria

Un viaggio tra i prezzi del brindisi in Europa: quanto paghi un calice, perché cambia da Paese a Paese e cosa rivela del nostro modo di stare a tavola.

Un calice al bancone dice molto più del suo profumo. Parla di tasse, di filiere, di abitudini. In un bar di quartiere, due euro possono cambiare il tono della serata. E il confronto tra città e confini racconta una geografia diversa da quella delle cartine.

L'Italia: il Paese dove l'alcol costa meno in Europa, seguita da Germania e Austria
L’Italia: il Paese dove l’alcol costa meno in Europa, seguita da Germania e Austria

L’Unione Europea misura i livelli di prezzo con un indice comparabile. L’alcol rientra in questa mappa. Qui contano accise, IVA, logistica, concorrenza al dettaglio. E contano anche le scelte politiche su salute pubblica.

Nel quadro più recente, l’Italia spicca. I prezzi di vino, birra e liquori risultano in media circa il 19% sotto la media UE. È un dato stabile nell’ultimo periodo osservato. Subito dietro compaiono Germania e Austria con livelli competitivi. In alto alla scala, la Finlandia applica imposte elevate e controlli stringenti: gli indici ufficiali oscillano ben sopra la media; la cifra “110%” circola, ma varia per anno e metodologia. Senza un riferimento univoco, conviene trattarla come indicazione e non come valore fisso.

Perché questa distanza? L’Italia non applica accise sul vino. Le imposte su birra e superalcolici restano inferiori rispetto al Nord Europa. La distribuzione è capillare. La produzione è vicina ai luoghi di consumo. La concorrenza tra supermercati, enoteche e piccoli locali spinge le offerte. In Finlandia e in altri Paesi nordici, invece, il carico fiscale è parte di una strategia di prevenzione e i canali di vendita sono regolati.

Esempi concreti aiutano. Un bicchiere di rosso in enoteca a Bologna può stare tra 4 e 6 euro. A Helsinki, lo stesso formato spesso supera 9–12 euro. Un amaro dopo cena a Napoli si aggira sui 3–4 euro; a Stoccolma può raddoppiare. Sono stime realistiche, ma sensibili a zona, brand e tipo di locale.

Prezzi bassi, responsabilità alta

Prezzi più bassi non significano automaticamente consumi più alti. L’Italia registra livelli pro capite moderati nel confronto europeo occidentale, e la tendenza di lungo periodo è in calo. Si beve meglio, meno, con più attenzione al cibo. Resta però una frangia giovanile esposta al binge drinking. Qui il prezzo incide poco: contano educazione, controlli e contesto.

Il quadro economico è ampio. Il sistema del vino coinvolge campi, cantine, logistica, export, turismo. La birra artigianale ha allargato la proposta e spinto la qualità. La ristorazione usa il calice come chiave di margine, ma mantiene accessibili molte etichette. Un equilibrio che regge grazie a volumi, stagionalità e una cultura di consumo connessa al pasto.

C’è poi il tema delle politiche. Le accise sono leve potenti. Un loro aumento sposta subito lo scontrino. Un taglio fa il contrario, ma va pesato con la salute pubblica. Le campagne di prevenzione funzionano quando parlano la lingua dei luoghi: casa, bar, piazza. Lì dove si formano consuetudini e regole non scritte.

Di fondo resta un dato che non finisce in tabella: il valore del tempo condiviso. Un bicchiere costa poco, qui. Ma vale quanto la conversazione che lo accompagna. Se domani un brindisi diventasse più caro, cambierebbe il nostro modo di stare insieme o solo il posto in cui lo facciamo? La risposta, forse, è già nel rumore di due calici che si sfiorano su un tavolino all’aperto.

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