Profumo di sugo e pazienza al fuoco lento. La cucina che abbiamo in casa, tra mercati rionali e tavole della domenica, entra nel Patrimonio UNESCO e accende un coro di voci: stupore, orgoglio, qualche smorfia. Cosa ci dicono davvero queste reazioni?
Non solo in Italia. Alcuni grandi quotidiani anglosassoni hanno scelto toni duri. Il The Times ha parlato di “inganno” o “truffa” della narrazione gastronomica italiana; il Washington Post ha messo in dubbio un presunto primato culturale; il The Guardian ha dato spazio allo storico Alberto Grandi per smontare miti popolari. Nota metodologica: i titoli e i toni variano tra edizioni e commenti; senza l’articolo sotto mano, l’etichetta “truffa” richiede verifica puntuale. Il clima, però, è chiaro: polemica pronta a tavola.
Non lo è. Molti piatti sono giovani. La carbonara compare in modo stabile nelle fonti dagli anni ’50. Gli “spaghetti alla bolognese” non sono tradizione di Bologna. Il pomodoro entra davvero nel cuore della penisola tra Ottocento e Novecento. Questi fatti sono noti agli studiosi seri. E non tolgono valore alla cucina di oggi.
Nel 2023, l’UNESCO ha iscritto “La cucina italiana tra sostenibilità bioculturale” nella Lista del Patrimonio immateriale (18ª sessione, Botswana). La scheda ufficiale parla di pratiche, saperi, rituali quotidiani. Non di classifiche. Non di supremazie. L’UNESCO tutela processi culturali vivi, non i podi delle cucine nazionali. In questo quadro, la nostra “cultura gastronomica” è un ecosistema: campi, mercati, ricette, convivialità, educazione al cibo.
L’Italia guida in Europa per prodotti di qualità riconosciuti: oltre 300 alimenti tra DOP e IGP secondo i database della Commissione europea, e più di 500 denominazioni tra vini DOP/IGP. È una spia della nostra biodiversità coltivata, non di un mito monolitico. Aggiungo un esempio concreto: il pane di Altamura DOP, la Casciotta d’Urbino DOP, il Pistacchio di Bronte DOP. Tradizioni locali che resistono perché hanno comunità vive intorno.
Molte contestazioni confondono due piani. Smontano i miti pop, poi li attribuiscono alla “tradizione italiana” intera. Ma la tradizione è metodo più che museo: scelta delle materie prime, stagionalità, tecniche sobrie, gusto dell’equilibrio. È questo che l’UNESCO ha riconosciuto. Non la storia romanzata di ogni ricetta.
Non lo è. È un invito alla tutela. Alla responsabilità su suolo, acqua, semi. Anche qui dati verificabili: la FAO collega diete territoriali e resilienza alimentare; l’UNESCO valorizza proprio questi intrecci. Alcune critiche, invece, puntano a una gara di prestigio. È un ring sbagliato.
La cucina italiana non ne ha paura. Ha incorporato Americhe, Medio Oriente, Asia, Nord Europa. Ha restituito al mondo tecniche e ingredienti. La forza sta nella capacità di adattamento con identità riconoscibile. Che un piatto nasca ieri o tre secoli fa, se rispetta territorio e gusto condiviso, entra nel repertorio senza chiedere permesso.
Possiamo prenderle come invito a fare meglio ciò che già sappiamo fare: raccontare i piatti con fonti, cucinare con misura, difendere paesaggi agricoli e lavoro artigiano. In fondo, ogni volta che spezziamo un pezzo di pane croccante e l’olio profuma amaro, la discussione cambia tono. È questa la “prova” più onesta che abbiamo. Non fa classifica, ma apre una domanda: quale futuro vogliamo servire, oggi, nel piatto?
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