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Dimissioni e burnout in Giappone: il bar di Yokohama dove lo stress trova voce

A Yokohama esiste un bar dove parlare di lavoro, burnout e dimissioni è normale. Un ritratto del Giappone tra stress, nuove consapevolezze e bisogno di equilibrio.

Una sera di pioggia a Yokohama. Un bancone lucido, il ghiaccio che scricchiola nel bicchiere, una frase che torna spesso: «Non ce la faccio più». Non è un dramma privato, ma un rito pubblico. In questo spazio informale, lo sfogo sul lavoro trova cittadinanza e le dimissioni smettono di sembrare un tabù.

Dimissioni e burnout in Giappone: il bar di Yokohama dove lo stress trova voce – dieta.it

Lo stress lavorativo non è un’eccezione. In Giappone le ore annue lavorate si collocano poco sopra quota 1.600: un dato che, preso da solo, non colpisce, ma che racconta abitudini rigide, lunghe permanenze in ufficio e una cultura della presenza che continua a pesare. Dal 2019 la normativa ha introdotto limiti più chiari agli straordinari — 45 ore mensili e 360 annue, con deroghe fino a 720 entro paletti stringenti — segnando un passo avanti che, però, non risolve tutto.

Il mercato del lavoro, intanto, spinge in direzione opposta. Il rapporto tra posti vacanti e candidati è rimasto sopra quota 1, attestandosi intorno a 1,3 nel 2023. Le persone cambiano più spesso, soprattutto le più giovani. Cercano equilibrio tra vita e lavoro, chiarezza di ruolo, capi presenti ma non invasivi. Il burnout non è una categoria astratta: prende forma nelle spalle curve alle nove di sera, nelle chat aziendali che vibrano anche la domenica.

Si intrecciano due forze. Da un lato, una cultura aziendale che continua a premiare l’abnegazione. Dall’altro, una crescente attenzione alla salute mentale. Ansia e insonnia si nominano con meno imbarazzo. Alcune aziende aprono sportelli di ascolto, misurano i carichi, ripensano turni e obiettivi. Altre restano immobili, e allora la porta d’uscita diventa l’unica via praticabile.

Tenshoku Sodan Bar, il geniale bar antilavorista

In questo contesto prende forma una scena concreta. A Yokohama esiste il Tenshoku Sodan Bar, un bar che fa una cosa semplice: invita a sedersi, ordinare un drink e raccontare come va davvero. Qui non serve esibire performance, ma dire la verità. Parlare di cambio lavoro non equivale a tradire: significa respirare.

All’inizio può sembrare una trovata di marketing. Poi emergono le storie. L’impiegata che sopporta riunioni senza agenda. Il tecnico che rientra per “solo venti minuti” e passa la notte a sistemare bug. Il neoassunto che non sa a chi chiedere aiuto e si sente in colpa per un giorno di malattia. Talvolta, raccontano i media, si affacciano professionisti HR o counselor; altre volte basta il vicino di sgabello. Su alcuni dettagli operativi le informazioni pubbliche sono limitate, ma il cuore del progetto è chiaro: normalizzare il dubbio, non patologizzarlo.

Il punto non è bere. È mettere in parole la pressione che si accumula. Qui la parola “dimissioni” non suona come un fallimento, ma come una possibilità. Lo si capisce quando qualcuno dice “credevo di essere l’unico” e il bancone risponde, quasi sottovoce, “anch’io”.

Non tutti possono o vogliono andarsene. Ma tutti possono fare un passo: chiedere feedback, fissare confini, annotare ore e priorità, cercare un alleato interno, verificare diritti su straordinari e ferie. La cura non è eroica. È una sequenza di micro-decisioni.

Questo bar, in fondo, non vende solo drink. Vende tempo. Tempo per nominare la fatica, immaginare scenari, dare un nome alla paura. Forse la domanda giusta, uscendo nel vento umido di Yokohama, non è “resto o me ne vado?”. È: “Chi voglio essere quando rientro domani?”. E magari la risposta arriva, lenta, dal tintinnio del ghiaccio che si scioglie.

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