Una barretta “proteica” in tasca, biscotti “ai cereali” in borsa, etichette rassicuranti. Mangiamo al volo, convinti di fare scelte furbe. Eppure qualcosa, nel corpo, non torna: perché quel senso di fame torna così presto?
Capita a tutti: giornate fitte, scelte rapide, confezioni che promettono equilibrio. È qui che il linguaggio dell’industria incontra il nostro desiderio di semplificare.

Ma il corpo non legge slogan. Il corpo legge consistenze, tempi di masticazione, struttura del cibo. E risponde. Io l’ho capito la prima volta in cui ho sostituito una merenda “smart” con una mela e una manciata di noci: stessi nutrienti? Non proprio. Stessa risposta del corpo? Nemmeno.
Le calorie sono numeri. Ma non tutte vengono “spese” allo stesso modo. I ricercatori hanno osservato che gli alimenti altamente lavorati fanno lavorare meno il nostro metabolismo dopo il pasto. La spesa energetica che il corpo impiega per digerire, assorbire e metabolizzare il cibo si chiama termogenesi indotta dalla dieta. È un meccanismo piccolo ma decisivo.
Qui arriva il dato centrale: in uno studio legato all’University College London, i pasti a base di cibi ultra processati hanno determinato una riduzione della “spesa” post pasto fino al 50% rispetto a pasti equivalenti ma poco lavorati.
In pratica, a parità di calorie sulla carta, il corpo “brucia” molto meno quando il cibo è più raffinato, omogeneizzato, arricchito di additivi, reso più morbido e rapido da masticare. L’effetto è stato rilevato in contesti controllati e su campioni limitati; il dato è robusto sul breve periodo, ma non ci sono ancora conferme definitive sull’impatto a lungo termine e su tutte le categorie di prodotto.
Perché succede? Tre leve spiegano il fenomeno:
- Struttura: la “matrice” del cibo conta. Un chicco integro obbliga il corpo a lavorare di più rispetto a una farina fine.
- Fibre e acqua: più volume reale, più tempo di permanenza nello stomaco, più lavoro digestivo e maggiore sazietà.
- Masticazione: più si mastica, più energia serve. Il “pronto” si digerisce in fretta, ma “costa” poco in termini energetici.
Come tradurre lo studio nel carrello
Non serve diventare asceti. Serve riconoscere i segnali. Alcuni esempi pratici:
Snack: una barretta proteica e biscotti ai cereali “fit” sono pur sempre processati. Alterna con yogurt greco semplice, frutta fresca, frutta secca. Più fibre, meno zuccheri aggiunti.
Colazione: pane di segale a fette con ricotta e miele batte i fiocchi super croccanti ultradolci. Più masticazione, più termogenesi.
Pranzo veloce: legumi in barattolo sciacquati, olio buono, verdure, pane integrale. Pochi ingredienti, niente liste infinite.
Etichette: se l’elenco è lungo e tecnico, fermati. Se leggi parole di cucina (acqua, farina, uova, sale) è un buon segno.
Attenzione ai limiti: lo studio misura la perdita di calorie post pasto, non “autorizza” a ignorare porzioni e qualità globale. Proteine di buona qualità, grassi insaturi, carboidrati integrali e piatti semplici restano la base. idratazione e sonno completano il quadro: anche la migliore scelta alimentare perde forza se il corpo è stanco.
La prossima volta che allunghi la mano verso uno snack “intelligente”, prova un esperimento: chiedi al tuo corpo se preferisce il suono croccante di una carota o lo strappo di una confezione. Non è poesia: è fisiologia che fa rumore. E tu, quale suono vuoi sentire più spesso?





