Diete, buoni propositi e falsi miti: perché gennaio è il mese più difficile

Ogni anno, appena spenti i brindisi, l’aria di gennaio si riempie di promesse: corsi in palestra sold out, ricerche su dieta che schizzano e pubblicità che parlano di “nuovi inizi”. È il mese del fare ordine. Proprio per questo è anche quello in cui inciampiamo più spesso.

A inizio gennaio, l’andamento è riconoscibile. Secondo Google Trends Italia, le ricerche di “dieta” e “iscrizione palestra” toccano un picco nelle prime settimane. Il settore fitness conferma il boom di “January joiners” nei report di IHRSA. La promessa è ovunque: basta volerlo. Ma la realtà è meno lineare.

Diete, buoni propositi e falsi miti: perché gennaio è il mese più difficile
Diete, buoni propositi e falsi miti: perché gennaio è il mese più difficile

Siamo stanchi. Dopo le feste, l’energia cala, il ritmo del sonno si è spostato, i pasti sono stati irregolari. Studi sul sonno mostrano che poche ore di riposo aumentano ghrelina e appetito, favorendo snack più calorici. Anche lo stress incide: attiva risposte che spingono verso cibi densi di energia. Questo non è “scarso impegno”, è biologia sotto pressione.

C’è poi il confronto. I social amplificano trasformazioni lampo, allenamenti perfetti, piatti impeccabili. Sembra che tutti stiano “ricominciando” meglio di noi. E così i buoni propositi diventano metriche pubbliche, più che scelte di benessere. Lo dicono psicologi e coach: standard elevati e visibilità continua aumentano l’auto-critica, non la costanza.

Gennaio chiede ordine mentre viviamo la fase meno adatta a cambiare. Ci sentiamo in debito, vogliamo compensare. E allora nascono scelte drastiche: piani ipocalorici estremi, allenamenti quotidiani, promesse di “reset”. La pubblicità di alimentazione “detox” fa il resto. Eppure molti professionisti della salute lo ripetono: non esistono scorciatoie confermate per “ripulire” il corpo. Se ci sono prove solide, si citano; quando non ci sono, va detto chiaramente.

Un esempio quotidiano. In frigo convivono l’ultimo panettone e il sedano appena comprato. L’idea è buttarsi sul secondo per espiare il primo. Di solito finisce con uno spuntino triste e, più tardi, un attacco di fame. Non serve un manuale per riconoscerlo: serve un contesto che non ci metta continuamente alle corde.

Oltre la motivazione: costanza e contesto

Ecco il nodo, che raramente diciamo ad alta voce: la motivazione iniziale non basta. La costanza nasce da un sistema che ci sostiene quando la motivazione scende, e scende sempre. Le diete saltano spesso non per “scarso carattere”, ma per approcci irrealistici: regole rigide, obiettivi vaghi, zero margine d’errore. Le linee guida internazionali spingono verso sostenibilità e flessibilità. Funziona ciò che si integra nella vita reale.

Qui entrano il sonno regolare, la gestione dello stress, la relazione con il cibo. Se dormo meglio, ho meno fame reattiva. Se riduco la pressione, scelgo con più calma. Se ascolto segnali di fame e sazietà, evito montagne russe. Non sono slogan. Sono meccanismi osservati in studi e nella pratica clinica. E sì, un supporto esterno aiuta: un gruppo, un professionista, o anche un’amica che ti scrive “Esci a camminare?”.

Gennaio, forse, non è il mese della rivoluzione. È il mese dell’ascolto. Possiamo ridimensionare l’urgenza, aprire spazio a esperimenti piccoli, proteggere il sonno, scegliere cibi che piacciono e nutrono. Non promette fuochi d’artificio, ma una traccia che resiste oltre i primi dieci giorni. La domanda è semplice, e personale: cosa posso rendere facile anche quando l’entusiasmo passa? La risposta, di solito, non urla. Sta in abitudini che ci assomigliano. E, passo dopo passo, durano.

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