Profumo di agrumi e zucchero nell’aria, impasto che riposa sul tavolo, una padella che sussurra: i caggionetti raccontano il Natale abruzzese con la voce delle cucine di casa, dove ogni gesto diventa memoria.
Una dolce storia d’Abruzzo
In Abruzzo il nome cambia di valle in valle: caggionetti, caggiunitt, caggionette. La sostanza resta. Parliamo di dolci natalizi abruzzesi nati tra case contadine e feste patronali, poi adottati dai forni di paese. Non è un dessert che cerca effetti speciali. È un rito. Si prepara in compagnia. Si assaggia mentre si chiude l’ultimo fagottino. Si aspetta la prima frittura come si aspetta una buona notizia.
Le fonti storiche
Le fonti storiche sono sparse. Ricettari regionali dell’Accademia Italiana della Cucina e schede locali di Slow Food citano ripieni con ceci, cacao e mosto cotto, con varianti di mandorle e agrumi. Non esiste una data d’origine unanimemente accettata: si parla, con cautela, di dolce “di casa” consolidato tra XIX e XX secolo. È una tradizione viva, verificabile nei calendari delle sagre in provincia di Teramo e Chieti, e nelle raccolte di ricette delle Pro Loco.
Il punto centrale
Il punto centrale arriva quando scopri il ripieno. Non è crema. Non è marmellata. È il sorprendente cuore di legumi. I caggionetti custodiscono un ripieno di ceci profumato e scuro, dove il cioccolato fondente incontra rum, zucchero e mandorle tritate. Un equilibrio che non indulge. Il ceci porta corpo e setosità; il cacao aggiunge profondità; il liquore apre i profumi. Alcune famiglie usano mosto cotto o Marsala al posto del rum, altre aggiungono cannella o scorza di arancia. Tutte hanno una regola: il ripieno deve essere morbido ma non liquido.
Dalla sfoglia alla frittura: tecnica e accorgimenti
La sfoglia si lavora con farina, uova, un filo di olio, un poco di vino bianco. Il vino dà friabilità e un profumo secco, pulito. L’impasto va liscio e compatto; 30–60 minuti di riposo lo rendono docile al mattarello. Tira sottile, ma non trasparente. Chiudi a mezzaluna, 8–10 cm, sigilla bene i bordi. Bucherella appena per evitare bolle.
La frittura chiede attenzione. Temperatura 170–175°C, meglio in olio di arachide per stabilità o, secondo uso tradizionale, in extravergine leggero; 2–3 minuti per lato, fino a doratura uniforme. Scola su carta, poi neve di zucchero a velo. Evita di coprirli quando sono ancora caldi: il vapore li ammorbidisce. Conservazione? Una scatola di latta li mantiene fragranti 2–3 giorni; il ripieno, senza uova, è relativamente stabile.
Esempi pratici
Se il ripieno risulta troppo denso, allungalo con un cucchiaio di vino o mosto cotto; se è troppo fluido, rimedia con pangrattato fine o farina di mandorle. Per un profilo aromatico definito, usa ceci ben cotti e scolati, frullati ancora tiepidi; il calore ingloba meglio cacao e zucchero. Per chi preferisce la cottura al forno, 180°C per 15–18 minuti: non è la tradizione più diffusa, ma funziona; la crosta risulta più asciutta, meno fragrante.
Il gusto è netto
Il gusto è netto. Dolcezza misurata, nota tostata, finale agrumato. È l’Abruzzo in tre morsi: pianura di farina, collina di vino bianco, montagna di legumi e cacao. Ogni famiglia custodisce una piega diversa, una scorza più spessa, un profumo di rum più audace. Ed è qui che i caggionetti smettono di essere “ricetta” e diventano gesto condiviso. Quando li friggi, chi arriva in cucina? E cosa ti racconta, mentre la zucchero cade come una prima neve sulle mani?





